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Psicologia di comunità
Prof.ssa Terri Mannarini

La Psicologia di Comunità (d’ora in avanti PC) è un’area di ricerca e di intervento sui problemi umani e sociali, che pone particolare attenzione all’interfaccia tra la sfera personale e quella collettiva. La PC fa propria, per un verso, l’ottica della tradizione clinica che guarda all’essere umano in quanto portatore di un problema e, dall’altro, considera il soggetto un essere sociale, inserito in un contesto in grado di influire sul suo stato di benessere (Amerio, 2006). L’articolazione tra la sfera psicologica e quella sociale è racchiusa proprio nel concetto di comunità, che sottolinea il valore psicologico e politico della relazione umana inserita nel quadro di un’attiva partecipazione delle persone ai gruppi sociali. La comunità è da intendersi, per la PC, non in opposizione all’individualità, ma come strumento per dare forza all’identità personale.

La necessità di considerare congiuntamente i due livelli deriva dalla constatazione che i problemi umani hanno sia un versante individuale (in quanto è sostanzialmente l’individuo che li subisce sulla propria pelle e in qualche modo deve farvi fronte), sia un versante sociale, in due sensi: nascono da situazioni sociali, che implicano relazioni a livello “micro” e “macro”, e spesso proprio nel sociale trovano gli strumenti materiali e psicologici per essere affrontati. I problemi umani possono, in generale, evidenziare una dimensione sociale anche nel senso di presentarsi come problemi collettivi, condivisi da gruppi o categorie sociali (es. la disoccupazione, la sicurezza, la devianza, ecc.). 

Le caratteristiche di questo ambito di ricerca e di intervento possono essere così sintetizzate.

  • Attenzione alle relazioni che si sviluppano tra individui, gruppi e comunità. La PC interviene non sui singoli individui ma sui sistemi sociali in cui essi sono inseriti; il suo oggetto di analisi è pertanto costituito da unità sociale complesse, in cui agiscono forze psicologiche e forze non psicologiche.
  • Analisi di tali relazioni – e progettazione dell’intervento psicosociale – in ottica ecologico-sistemica. I riferimenti teorici classici della PC sono da rintracciarsi negli apporti di Kurt Lewin, Roger Barker, Urie Bronfenbrenner e Stanley Murrell (per una sintesi si veda Zani e Palmonari, 1996, cap. 2), i quali, ciascuno con la propria specificità, hanno sostenuto la necessità di adottare una metodologia della ricerca e dell’intervento orientata all’analisi dell’interazione individuo-contesto in termini dinamici e processuali.
  • Enfasi sulle risorse di cui i soggetti (singoli e collettività) sono portatori, con particolare attenzione alla dimensione proattiva della mente umana e alla capacità trasformativa dell’azione.
  • Centralità della dimensione pratica, che investe due aspetti: la concezione del soggetto, “capace di costruire/ricostruire il mondo in cui vive […] attraverso la sua attività pratica” (Amerio, 2000), e l’approccio metodologico alla ricerca e all’intervento.

Sul piano pratico e applicativo derivano, da quanto illustrato sinora, alcune conseguenze: 

  • Al sociale viene attribuito un ruolo eziologico forte, come elemento che contribuisce al costituirsi del disagio e del disturbo psichico. Al tempo stesso, il sociale viene considerato portatore di potenzialità preventive e terapeutiche.
  • Il “caso particolare” è costituito non solo dall’individuo nelle sue relazioni, ma anche dalla situazione globale comprensiva della persona e dell’ambiente (in altri termini la comunità), che ha un ruolo tanto nella genesi quanto nella “cura” del disagio.
  • Le situazioni critiche vengono affrontate, più che al loro “sbocco finale”, in quei punti del loro percorso che siano raggiungibili dall’intervento. Ciò porta in primo piano il concetto di prevenzione.
  • I soggetti possono acquisire autonomia e incrementare l’efficacia delle strategie di coping nella misura in cui sono in grado di reperire risorse (personali e sociali) adeguate e sufficienti: consiste in questo il processo di empowerment che l’intervento mira ad innescare.
  • I soggetti vengono sollecitati ad affrontare o a prevenire l’insorgere di situazioni critiche anche attraverso il loro impegno nell’azione concreta, ovvero attraverso percorsi caratterizzati dalla partecipazione attiva.
  • La ricerca ha finalità conoscitive che mirano ad aumentare la comprensione dei problemi e delle risorse delle comunità; per tale ragione essa tende ad utilizzare e a far emergere le conoscenze “locali" o “profane”, integrandole con le conoscenze “esperte”.
  • L’intervento è orientato alla soluzione collettiva e collaborativa dei problemi, secondo i principi teorici e operativi della ricerca-azione.

Consideriamo, dunque, quali sono le principali aree di ricerca e di intervento della PC.

Una recente rassegna condotta sulle tre riviste internazionali di settore (1997-2004: Journal of Community Psychology, American Journal of Community Psychology, Journal of Community andApplied Social Psychology) (Cristini et al., 2005) indica la presenza di 6 aree tematiche principali, che coprono quasi il 90% degli articoli esaminati: salute mentale (29,2%); prevenzione (19,2%); caratteristiche fisiche e sociale dei contesti di vita (14,3%); sostegno sociale (13,7%); fattori di rischio/resilience (7,9%); empowerment (7,5%); senso di comunità (5,8%).

Osservandone l’andamento nel tempo si nota che, se in anni più recenti l’interesse per la salute mentale e il sostegno sociale è andato gradualmente scemando, è aumentato quello per tutti gli altri ambiti menzionati. In questo senso, stante la differenziazione della PC nei singoli contesti nazionali (si vedano in proposito Reich et al., 2007), si può affermare che il campo di ricerca e intervento della PC si estende oggi ben al di là di quanto tradizionalmente si identifica con l’ambito della salute mentale (settore dal quale la disciplina ha avuto origine negli anni ’60), per toccare la maggior parte dei problemi sociali della comunità organizzata.

Per quanto riguarda in modo specifico la situazione italiana, la PC, che ha proceduto all’elaborazione autonoma di un insieme di strumenti e tecniche di intervento (per esempio il profilo di comunità e l’analisi organizzativa multidimensionale, cfr. Francescato et al., 2002; Prezza & Santinello, 2002), appare oggi concentrarsi prevalentemente in due ambiti di attività, non privi peraltro di reciproche sovrapposizioni, che si innestano entrambi sulla tradizione del lavoro sociale (Martini & Sequi, 1988; Martini & Torti, 2003). Il primo è quello del disagio sociale e psichico, con particolare attenzione all’implementazione e alla valutazione dei servizi e dei programmi di prevenzione (si vedano per esempio i numeri monografici 1/2006, 2/2007 e /2008 della rivista Psicologia di Comunità. Gruppi, ricerca-azione e modelli formativi) e allo studio delle nuove dipendenze sociali (Lavanco & Croce, 2008). Il secondo ha come asse principale la promozione dell’empowerment socio-politico e lo sviluppo di comunità competenti (si veda per esempio Mannarini, 2004); in questo senso, esso ha una dimensione più dichiaratamente politica, “nella misura in cui politica vuol dire incontro con l'altro, relazione tra le persone, modo di concepire e regolare i legami e i rapporti all'interno della comunità; e nella misura in cui politica è progettazione di cambiamento” (Varveri & Lavanco, 2008).

Molteplici sono dunque, come si evince da quanto sin qui illustrato, gli ambiti di applicazione della PC, e variegata la potenziale committenza: il sistema di welfare locale e quello, più ampio, della governance, il settore socio-sanitario, l’area dell’educazione e della formazione, e, più in generale, tutto ciò che attiene allo sviluppo sociale del territorio, possono essere considerati i principali spazi di azione per gli psicologi di comunità.  
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Riferimenti Bibliografici