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Psicologia del lavoro
Dott. Marco Garbin

E’ semplicissimo far capire il campo di applicazione della psicologia del lavoro ai non addetti ai lavori, molto meno semplice è far capire in termini pratici l’importante ruolo che gioca (o, ahimè, che dovrebbe giocare).
Una delle più famose definizioni la designa come “lo studio di sentimenti, atteggiamenti, comportamenti, processi sociali e psicologici che caratterizzano le prestazioni lavorative” [N. A. De Carlo, 2002].
Una psicologia rivolta quindi al benessere dell’uomo nel contesto lavorativo, dall’ingresso in azienda fino al pensionamento!

I campi di applicazione (come si può immaginare) sono vastissimi: selezione, valutazione, motivazione e gestione del personale; orientamento; analisi e ridefinizione delle mansioni; ergonomia; piani di carriera; coaching; comunicazione interna ed esterna; analisi e miglioramento del clima aziendale; prevenzione di stress e malattie psicosomatiche; prevenzione e individuazione del mobbing ed altro ancora.

L’obiettivo di questo ramo della psicologia è decisamente ambizioso e lodevole: il benessere psicofisico dell’uomo sul lavoro, con un occhio di riguardo alla crescita e alla soddisfazione personale del singolo e dell'intero gruppo di lavoro.
Questo perché una fetta sempre più grande della nostra giornata è spesa sul posto di lavoro, e non tutti siamo così abili a lasciare il lavoro (e gli stati d’animo che suscita) fuori dalla porta di casa.
Di conseguenza, l’influenza di ciò che ci succede in quella parte della giornata in cui siamo il dottor Y o la dottoressa X si ripercuote anche quando siamo il signor papà o la signora mamma.
Per questo motivo, se è nostro interesse vivere la vita nel modo più sano possibile (e facciamo bene attenzione, stiamo parlando proprio di salute) i problemi devono essere risolti in ogni sfera importante della nostra vita, quella lavorativa (a mio avviso) su tutte.
Ma questa è solo una faccia della medaglia.
Un ambiente di lavoro positivo e stimolante fa rendere al meglio chi vi lavora.

Molte variabili condizionano infatti i risultati della prestazione (in questo caso lavorativa): comunicazione interna; relazioni con i colleghi; leadership; chiarezza e adeguatezza dei compiti; opportunità di crescita; valutazione obiettiva delle prestazioni; incentivi; soddisfazione dei bisogni e tante altre.
L’osservazione di queste variabili e la correzione di problemi legate ad esse, sinergicamente con la corretta gestione del personale (tutto, direzione compresa) garantisce prestazioni individuali e di gruppo ottimali, neanche lontanamente paragonabili alla media.

Tante opportunità quindi per chi è specializzato in questo settore, ma non è assolutamente così facile inserirsi a livello professionale in quest'ambito.

Chi, una volta laureatosi o messosi in proprio, si appresti ad esercitare la professione si scontrerà nella stragrande maggioranza dei casi con una cultura ancora acerba (a volte refrattaria) riguardo ai temi della tutela del benessere psicologico in azienda e ai correlati quali formazione, motivazione, stress (per non parlare di mobbing e malattie psicosomatiche).
Questa mentalità è figlia della cultura industriale postbellica, che ha mescolato l’operatività “Fordista” all’operosità classica dell’artigiano. Ne sono nate (almeno nel Nord-Est Italia, area in cui opero) realtà piccolo-industriali dal fortissimo stampo familiare (con mamma e papà al vertice e figli alla dirigenza) estremamente orientate alla praticità ed alla specializzazione del prodotto finito.
Con interlocutori di questo tipo, fortemente orientati alla concretezza, al primo impatto può risultare difficile proporre i nostri servizi (immateriali all’ennesima potenza, per come li studiamo).
In realtà (e posso confermarlo per esperienza) il problema è spesso legato a noi psicologi, e al modo poco pratico con cui percepiamo il nostro know-how.
Non mi addentrerò nelle cause di questa mancanza cronica di praticità e concretezza che abbonda nelle materie umanistiche e simili, tenendo molto di più a sottolineare il forte impatto della psicologia nella pratica lavorativa quotidiana.

Esiste un solo modo per essere concreti: produrre fatti.
I fatti sul lavoro devono diventare numeri, e i numeri guadagno.

Quando parliamo di comunicazione, lo psicologo si focalizza sullo scambio, l’imprenditore sul risultato. Se si parla di stress lo psicologo pensa al benessere psichico, l’imprenditore alle giornate di malattia.

Cosa voglio dire con tutto ciò? Che la psicologia del lavoro è tanto importante per la salute del singolo quanto per il successo del gruppo.

I problemi che mira a risolvere impattano in modo a volte devastante sui risultati aziendali, sul guadagno, sul contenimento delle spese, spesso innescando meccanismi a catena.

Per riuscire a comunicare con efficacia e praticità l’importanza dei nostri strumenti dobbiamo perciò pensare (e parlare) un po’ più da imprenditori e un po’ meno da psicologi, perseguendo l’interesse comune nel rispetto dell’efficacissima filosofia lavorativa “I win, you win”.
 
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Riferimenti Bibliografici